L’idea di socialismo. Una recensione per un sogno necessario

Presentiamo una breve recensione del libro “L’idea di socialismo. Un sogno necessario“, edito nella versione italiana da Feltrinelli, il cui autore è Axel Honneth, filosofo allievo della scuola di Francoforte. Il suo contributo e la sua analisi si inseriscono nel dibattito sull’evoluzione della società e dei meccanismi di rappresentazione, all’interno della comunicazione pubblica. Il libro, che si struttura in tre parti, ciascuna delle quali ha come obiettivo quello di ricostruire le intuizioni originarie dell’idea di socialismo in maniera critica, si propone di riattualizzare le proposizioni del socialismo e di restituire la speranza e l’ottimismo che ne fanno ancora oggi un “sogno necessario“.

I parte: idea originaria di socialismo.

Nella prima parte Honneth intende ritracciare il contesto storico e intellettuale in cui il primo socialismo (quello di Blanc e di Proudhon) affonda le sue radici, l’esperienza cioè della Rivoluzione francese. Questo socialismo ha come obiettivo di risolvere la contraddizione interna ai principi della Rivoluzione francese e alla loro applicazione: in questo senso, l’obiettivo dell’azione fraterna appare non perseguibile dal momento che l’altro obiettivo, la libertà, è concepito in maniera individualistica, all’insegna cioè di un egoismo privato, riflesso dei rapporti instaurati dal mercato capitalistico. La coincidenza del principio della libertà con la realizzazione di un egoismo privato permette al socialismo del XIX secolo di identificare nel modello economico capitalistico il principale elemento di contraddittorietà dei principi in questione. Il socialismo contropropone quindi un modello di società in cui libertà e solidarietà possano coincidere, nel quale cioè il singolo individuo possa giungere al pieno compimento della libertà solo attraverso una forma di cooperazione con gli altri individui. Tuttavia, tale società in cui i soggetti agiscano l’uno-per-l’altro e non l’uno-con-l’altro necessita della interconnessione degli obiettivi degli individui, per raggiungere i quali essi devono tutti assumerli come fine della propria azione. E questo è ciò che differenzia il suddetto modello sociale da quello caratteristico delle società di mercato, in cui la “mano invisibile” che permette la realizzazione degli obiettivi degli altri è una conseguenza contingente delle azioni del singolo individuo, che agisce, per definizione, nel proprio personale interesse; laddove vi è interconnessione degli obiettivi invece il medesimo risultato è conseguenza necessaria delle finalità che l’individuo persegue intenzionalmente.

II parte: un socialismo astorico?

Honneth passa quindi ad analizzare il contesto storico in cui il primo socialismo si iscrive, che di fatto segna in maniera indelebile la prospettiva politica e storica del movimento. In primo luogo, il socialismo originario, collocando tutte le libertà nella sfera delle attività economiche, trascura la sfera della sovranità democratica e la priva della possibilità di rappresentare un aspetto della libertà. Questo avrebbe delineato una società socialista in cui la volontà comune e di autodeterminazione scompare, assorbita dai membri che vi partecipano tramite la collaborazione alla produzione cooperativa.

Inoltre, l’apporto di Marx risulta essenziale per la diffusione del progetto socialista, in quanto attribuisce le aspirazioni e le ambizioni enucleate dalla teoria socialista ad una classe sociale di cui si danno come già esistenti interessi e appetiti: il proletariato, nella analitica rappresentazione sociale e di classe che Marx ne fa, incarna perfettamente le ambizioni del suddetto progetto. Da questo momento, quindi, la dottrina socialista si trova legata alla necessità della presenza di un movimento sociale, il che spiega la crisi del socialismo in contesti in cui il proletariato rivoluzionario di fatto risulta assente (post-industrialismo?)

Infine, un altro elemento che denota l’incapacità del socialismo di figurarsi come modello alternativo al di fuori del contesto socio-politico cogente è la sua adesione al progressismo e alla processualità della storia umana, che considera i rapporti tra classi sociali come mera espressione di una necessità storica, che trascende la consapevolezza dell’appartenenza ad una determinata identità sociale.

III parte. Un nuovo socialismo. Compartecipazione all’interno di una totalità organica di intenti

Svelate le incertezze del socialismo circa la modalità migliore per istituire la libertà sociale all’interno della sfera economica, rimangono da individuare i canali di trasmissione di una nuova e rinnovata dottrina socialista. Honneth dà ampio spazio alla tesi di John Dewey, che sostiene la necessità di una maggiore comunicazione e di una partecipazione spontanea nel tentativo di farsi interpreti delle rivendicazioni sociali e di restituire quindi al socialismo il suo obiettivo originario. Ciò potrebbe avvenire soltanto superando il binomio società/economia e rielaborando i diritti fondamentali dell’individuo, all’interno della complessità delle relazioni sociali della società contemporanea. In questo senso, la tesi sostenuta propone di indagare sulla interdipendenza delle relazioni personali, dell’agire economico e della volontà democratica, in modo che queste tre sfere possano in un futuro definire una totalità organica, il cui modo di funzionamento sia cooperativo e garantisca una libertà sociale.

L’internazionalizzazione di questo socialismo dovrebbe avvenire tramite una comunicazione diffusa tra i vari attori interessati, cioè su una scala globale, nella forma di una dottrina politica, e su una scala locale, nella forma di un movimento etico, culturalmente coinvolto, che agisca per eliminare ogni forma di coercizione personale. In breve, una società sociale “nel senso forte del termine“, come afferma Honneth, è possibile solo tramite una compartecipazione che risponda ai bisogni di intimità fisica ed emotiva, di indipendenza economica e di autodeterminazione politica di tutti gli individui, unici attori di questo processo.

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LA CRISE DE LA DETTE PUBLIQUE DES PAYS DU TIERS MONDE

Introduciamo un contributo di approfondimento e di breve sintesi storica del processo di indebitamento pubblico che ha riguardato diverse realtà dei paesi del “Terzo Mondo”, nel tentativo di comprenderne le dinamiche di interdipendenza economica e politica con le grandi potenze del secolo scorso e con le istituzioni internazionali, e per fare chiarezza allo stesso tempo su una lessicologia economica che in molti casi è stata partorita da visioni di carattere etero normativo dei processi economici.

Articolo di Salvatore Ricci, per il corso di “Relations économiques internationales” dell’Istituto di studi politici (IEP) di Rennes. 

 

 

Le problème de la dette publique des pays du tiers monde émerge pendant les années 1970 lors du premier choc pétrolier. L’Organisation des pays exportateurs de pétrole (OPEC) décide en 1973 d’imposer une restriction à l’exportation du pétrole, provoquant une crise économique mondiale. Les conséquences de cette décision sont la diminution de l’offre de pétrole à la suite de l’embargo et l’augmentation des prix de vente au niveau international. D’autre part, en réponse à cette action de l’OPEC, les consommations de pétrole baissent mais plus doucement par rapport à l’augmentation de ses prix.

En effet, il faut savoir que le pétrole, pour ses propriétés et son utilité, dispose d’une demande inélastique, ce qu’il se passe quand les prix demeurent stables. Cette demande inélastique a eu pour conséquence de permettre aux Pays de l’OPEC de bénéficier quand même d’une grande quantité de monnaie, en particulier de « pétrodollars », terme utilisé pour la première fois par le professeur d’économie Ibrahim Oweiss, décrivant la situation des pays de l’OPEC lorsqu’ils utilisent la monnaie américaine comme réserve de change. Ils ont en effet disposé d’énormes quantités de dollars dérivant de la vente du pétrole à un prix élevé, dont l’afflux de dollars dans les Etats de l’OPEC est la conséquence des accords de Bretton Woods qui forcent les États à payer l’achat de matières premières en dollars. Après avoir satisfait les besoins financiers nationaux, les pays de l’OPEC ont investi ces mêmes pétrodollars dans le système économique et financier mondial. Sur ce point, les banques commerciales internationales, disposant d’une grande quantité de monnaie, ont baissé leur taux d’intérêt et ont de fait distribué des prêts plus facilement et surtout vers les pays du tiers monde, qui en avaient besoin pour financer leurs projets d’investissement industriel. Par conséquent, l’endettement des pays du tiers monde semblait avantageux pour plusieurs raisons : 1) les taux d’intérêts étaient bas et les prix d’accès aux capitaux étaient convenables, 2) les prix des matières premières étant en hausse après le choc pétrolier et les pays du tiers monde exportant principalement ces dernières, on pensait que les pays du tiers monde allaient facilement rembourser leurs prêts grâce aux recettes des exportations.

 

 

Deuxième choc pétrolier: des mécanismes pervers de dépendance

En 1979 a eu lieu le second choc pétrolier, qui provoque une hausse du prix du pétrole vingt fois supérieure à celle de la période précédente. Les conséquences de ce second choc sont une augmentation des coûts d’importations des Pays industrialisés ainsi que des Pays du tiers monde. Par la suite, cela a entrainé une réduction des quantités de matières premières importées par les pays industrialisés. Par un effet domino, cela a engendré une chute des prix et donc une chute des recettes des pays du tiers monde qui exportaient surtout des matières premières. Les effets sur la balance commerciale (à savoir, la différence, en termes de valeur monétaire entre les exportations et les importations de biens et services) étaient catastrophiques pour les pays du tiers monde qui ont vu une chute de leurs exportations en matières premières. En outre, les politiques monétaristes de Reagan (USA) et Thatcher (UK) ont eu pour effet d’aggraver la situation de ces pays. Pour faire face à l’inflation causée par l’augmentation des prix des matières premières, ils ont décidé d’appliquer des politiques monétaires restrictives, c’est-à-dire qu’ils ont relevé les taux d’intérêts pour diminuer la monnaie en circulation. Cette politique monétaire restrictive a engendré une hausse des coûts de la dette publique des pays du tiers monde et une dépréciation des autres monnaies.

Tous ces événements ont causé pour les pays du tiers monde plusieurs effets négatifs, à la base d’une récession. On observe une augmentation du chômage mais aussi une hausse de la dette publique due à l’appréciation du dollar, une balance commerciale négative (exportations<importations), une hyperinflation et une dépréciation des monnaies des pays du tiers monde. Par conséquent, les banques se sont montrées de plus en plus méfiantes à prêter de la monnaie. On peut considérer l’appréciation du dollar comme le facteur véritablement à l’origine de la « crise de la dette publique » de ces années-là. On a constaté que dans le période 1973/1982, la dette des pays du tiers monde a augmenté de presque 500 milliards de dollars. Par exemple si un pays avait une dette de 1 milliard, ce qui correspond à 100 milliards dans sa monnaie nationale, après la politique monétaire restrictive de cette époque, il s’est retrouvé à payer pour le même montant de dollars presque 500 – 1000 milliards de dollars.

Face à cette situation économique critique, plusieurs pays, parmi lesquels le Mexique d’abord en 1982 se sont déclarés insolvables, c’est à dire qu’ils se sont reconnus incapables à faire face à la dette publique. Le Mexique était insolvable, il n’avait plus de liquidités et la dette était insoutenable. Les gouvernements des pays industrialisés craignaient une nouvelle défiance du système bancaire et une nouvelle crise plus dévastatrice encore que celle de 1929. C’est pour cette raison qu’ils ont mis en place des « plans d’ajustement structurel », avec l’aide des organisations internationales comme la Banque mondiale ou le FMI, qui seront traités et analysés dans le chapitre suivant.

 

 

Quel rôle de la communauté internationale?

La communauté financière internationale à travers la voix du FMI et de la Banque Mondiale a cherché à résoudre la situation de crise de ces pays par le biais de nouveaux financements, provenant des institutions publiques et non plus du secteur privé, afin de ne pas retomber dans une situation de crise de confiance comme celle de 1929. Toutefois, les pays industrialisés demandant des garanties avant d’aider financièrement les pays du tiers monde, c’est à ce moment que sont nés les « plans d’ajustement structurel ». Il faut ici souligner l’influence du Consensus de Washington qui a spécifié les 10 directives,  que les États soumis au problème de la dette publique étaient censés suivre afin de bénéficier d’aides au niveau de la gestion de la dette publique. Présentées par l’économiste John Williamson en 1989 et soutenues par toutes les principales institutions économiques internationales, ces directives consistaient en : une politique fiscale contrôlée afin d’éviter les déficits fiscaux, une limitation de la dépense publique, une réforme du système tributaire pour élargir la base fiscale, des taux d’intérêts réels modérément positifs, des taux d’échanges libres, une libéralisation du marché intérieur et des importations, une libéralisation des investissements extérieurs, une privatisation des entreprises publiques, une dérégulation pour mieux permettre la circulation des capitaux et marchandises et enfin une protection de la propriété privée. Bref, il s’agit d’une orientation véritablement libérale et surtout d’une volonté de limitation de la politique économique des pays du tiers monde. Ce sont des directives qui auraient été critiquées par ceux qui soutiennent que la dette a déjà  été remboursée par les pays du tiers monde et que les États industrialisés ont imposé une limitation de leur liberté économique et de leur souveraineté en exploitant l’économie intérieure de ces pays et en les rendant toujours plus dépendants (Théorie de la dépendance).

Finalement, le problème de la dette publique demeure actuel, l’Argentine en 2002 s’étant déclarée en insolvabilité ou le Brésil vivant encore des difficultés. Il reste tout maintenant à définir la place de l’histoire dans le processus de développement et de la normativité économique, pour mieux envisager un enjeu qui est encore loin d’une solution partagée.

António Guterres nuovo Segretario Generale ONU: perché è l’uomo giusto

Incontrai António Guterres in una conferenza tenutasi nella prestigiosa Università di Coimbra il 22 maggio 2016, dove egli ricevette il dottorato per Honoris Causa. Con lo spirito animato e cordiale che contraddistingue i portoghesi, il politico e diplomatico lusitano scambiava parole con studenti e docenti, visibilmente emozionati, rispondeva pazientemente alle domande rivolte, anche a quelle più spinose, sulle quali spesso gli abili politici glissano restituendo al mittente risposte risicate e prive di contenuto. António Guterres mi sembrò innanzitutto una persona sincera e disponibile al dialogo, ma allo stesso tempo circondata da un certo alone di saggezza che gli conferiva un aspetto autorevole.
Autorevole lo è anche il suo passato: sarà infatti il primo Segretario Generale ONU ad essere stato anche Primo Ministro. Guterres infatti, è stato alla guida dell’esecutivo portoghese dal 1995 con il partito socialista, rieletto poi nel 1999, tuttavia non riuscirà a concludere anche il secondo mandato, dimettendosi dalla carica nel 2002 a causa di contrasti interni e divergenze relative al partito. Oltre ad un periodo abbastanza florido per l’economia portoghese, il suo mandato viene ricordato – oltre che per l’Expo di Lisbona del 1998 – principalmente per l’utilizzo dello strumento del dialogo e della concertazione fra le parti sociali, elemento che lo rese abbastanza popolare. Fino al 2005, Guterres rimarrà anche a capo dell’Internazionale Socialista (primo portoghese della storia a coprire quest’incarico).
Nel 2005 Guterres porta il suo carisma in seno alle Nazioni Unite, dove viene nominato Alto Commissario per i Rifugiati, una carica che ricoprirà per dieci anni. È proprio qui che si comprende, a mio avviso, la caratura del personaggio in questione. Difatti, in questo decennio, le crisi non sono state affatto poche ed isolate. Le escalation, cominciate con la guerra civile libica e proseguite dall’inasprirsi dei conflitti in Siria, hanno condotto ad un’enorme ondata di rifugiati che ha interessato anche le regioni a sud dell’Europa. Ovviamente, di fronte a cause di forza maggiore come le instabili situazioni politiche dei Paesi in questione, non sarebbe stato facile per chiunque. Tuttavia, Guterres contribuisce sensibilmente all’aumento della presenza del personale sul campo, specialmente in Siria, dove il conflitto è peggiorato allo scadere del suo mandato. Il diplomatico portoghese è famoso anche per i cospicui tagli del personale effettuati proprio nelle sedi di Ginevra, per utilizzare gli stessi fondi aumentando lo staff che nel 2015 attinse, con il proprio operato, circa 126 Paesi nel mondo.
Curriculum a parte, quel che ci si augura è che il nuovo Segretario dia un apporto fondamentale alla più importante delle organizzazioni internazionali. È importante fare una premessa: il Segretariato Generale dell’ONU non si è mai distinto per particolari personalismi, essendo – stando agli articoli 97,98,99,100 e 101- una carica comunque marginale, almeno dal punto di vista decisionale, e molto spesso decisamente ornamentale. L’attuale Segretario Generale Ban Ki-Moon, ad esempio, è stato spesso criticato per la sua scarsa attitudine al dialogo – favorita da una certa mancanza nella padronanza delle principali lingue diplomatiche quali inglese e francese –, per posizioni spesso contraddittorie su importanti temi come la pena di morte, e per una certa inettitudine – il New York Times nel 2013 gli dedicò un articolo dal titolo: “Where are you, Ban Ki-Moon?” –. Personalmente, non mi è difficile immaginare che le cose potrebbero essere diverse con Guterres, un personaggio spesso distintosi per il suo protagonismo ed il suo carisma. Nonostante manchi di notevole peso politico, il Segretario Generale rimane in stretta collaborazione con l’Assemblea Generale e con il Consiglio di Sicurezza, ed il dialogo è proprio lo strumento di cui egli deve servirsi per fungere da mediatore illustre e da portavoce. Date le questioni all’ordine del giorno, sono portato a credere che non ci sia figura più appropriata di Guterres, le cui azioni concrete sono sempre state caratterizzate da profondi principi di umiltà ed umanità, ed è proprio questo che mi auguro il suo mandato riesca ad esprimere.
Dal punto di vista strategico, Guterres ha, d’altronde, messo d’accordo quasi tutti. Le attuali tensioni fra USA e Russia sulla questione siriana e la mancanza di un accordo sulle azioni da intraprendere in merito, avevano trasformato la nomina del nuovo Segretario in un ulteriore terreno di battaglia sul quale entrambe le parti avrebbero fatto valere il proprio peso. Sebbene ci si aspettasse la nomina di una donna – la carica di Segretario Generale è sempre stata ricoperta da uomini dal 1945 ad oggi -, la bulgara Kristalina Georgieva, appoggiata dai russi, non convinceva affatto Stati Uniti e Gran Bretagna, in grado di fare la differenza nella nomina del candidato, in quanto la decisione è presa in seno al Consiglio di Sicurezza. António Guterres invece, è stato considerato come candidato del tutto privo di qualunque tipo di condizionamento politico, e, come affermava in seguito alla sua nomina il Washington Post, egli è noto per essere “a charismatic speaker who isn’t afraid to call out adversaries in his speeches, even if they are in Washington or Moscow”, ci si può aspettare, dunque, che Guterres non le mandi a dire. Il candidato portoghese è stato sostenuto all’unanimità e l’Assemblea Generale ha infine sancito la sua nomina alla carica, che diventerà effettiva solo a partire dal gennaio 2017.
Immune da ogni tipo di condizionamento politico, determinato a condurre il proprio mandato e a far valere le proprie ragioni ed i propri principi etici, António Guterres promette di essere un personaggio di spicco nell’ambito delle Nazioni Unite. Ci auguriamo che la sua figura possa contribuire alla risoluzione di varie spinose questioni che le Nazioni Unite sono chiamate a fronteggiare ogni giorno, e, perché no, favorire il dialogo quale strumento diplomatico per ridurre le tensioni ed i conflitti su scala globale.

L’UOMO E L’AMBIENTE: STORIA DI UN CONFLITTO MODERNO

Negli ultimi anni viviamo e tocchiamo con mano un problema che va forse al di là,sia per la sua estensione  temporale sia per la sua portata dimensionale, delle questioni di politica internazionale. Quanto meno perché si tratta di mettere in discussione un modello di pensiero e una forma mentis radicati nell’uomo e nella sua declinazione esistenziale moderna. Parliamo del cambiamento climatico, o meglio della crisi del nostro modo di fare economia all’interno dell’ecosistema Terra. Perché?

In primo luogo la Terra è il contenitore dell’esistenza umana, e noi dimentichiamo di esserne semplicemente il contenuto e ci comportiamo come se ne fossimo padroni; in secondo luogo l’economia concepisce al suo interno la nozione medesima di casa/ambiente, il che significa che per economia dobbiamo intendere la capacità dell’uomo di integrarsi all’interno del sistema-Terra, inteso appunto come casa dell’essere umano.

Intendiamo dunque soffermarci su un modello economico e un pensiero filosofico che dubitiamo metta sempre più a repentaglio la base della stessa economia, vale a dire l’ecosistema Terra. Parliamo infatti del momento storico considerato da molti lo splendore della civiltà umana e dell’uomo inteso come essere pensante: l’Illuminismo.

Consapevoli della complessità dell’argomento in questione, la cui definizione è sfuggita allo stesso filosofo Immanuel Kant, vogliamo semplicemente cercare di creare un nesso tra l’attuale e dirompente problema del cambiamento climatico e quel periodo storico che ha partorito nozioni sociali e politiche come quelle di sviluppo, progresso, civiltà, modernità, razionalismo ecc.

Nato nel corso del XVIII secolo, l’Illuminismo conosce il momento di massimo splendore nel corso del XIX secolo, nel periodo di concerto dell’Europa con la sua modernità e i suoi regimi post ancien régime. Si tratta del momento di massima industrializzazione delle principali potenze europee che cercano di inseguire il modello virtuoso e avanguardistico dell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, quel modello così tanto criticato da Charles Dickens per intendersi. Tuttavia come potremmo far risalire le contingenti questioni climatiche odierne a uno dei periodi considerati più virtuosi e pacifici dell’Europa?

Semplicemente mettendo in discussione la nostra considerazione di virtù, di pace, di economia, in breve mettendo da parte l’eurocentrismo; l’uomo-razionale di Cartesio, risultato del suo noto processo del “cogito ergo sum”, in grado di provare empiricamente l’esistenza di Dio, di fatto è in grado di autogovernarsi, di darsi delle leggi e di essere a tutti gli effetti “autonomo”. Tuttavia tutta questa speculazione filosofica è il risultato della rottura della nozione di eteronomia, nelle sue versioni più disparate che vanno dalla filosofia greca di Aristotele e Platone fino all’ancien régime col suo motto “l’état c’est moi”, passando dal feudalesimo. L'”homo europaeus“,forte di questa sua evoluzione, ha finalmente scoperto, in maniera razionale, la strada della virtù e del successo e deve esportare questo suo fruttuoso percorso al di fuori dell’oasi razionale e illuminata che è l’Europa. E scopre quindi la sua missione civilizzatrice, per citare un illuminista del calibro di Condorcet, che si indirizza a tutti quei popoli considerati barbari perché non hanno saputo elevare la ratio ad unica essenza dell’uomo. Da cui, dunque, l’ondata di colonizzazione del continente africano, un eden per le ambizioni progressiste e imperialiste dell’Europa.

Quello che ci interessa notare è il modo in cui l’avvento della modernità ha completamente rinnovato il rapporto dell’uomo con se stesso, in primis, e quindi con la natura, tanto da creare un punto di rottura nella concezione moderna di soggetto che non sarebbe più stato risanato. Con la modernità si parla infatti, finalmente, di soggetto, distaccato cioè dalla realtà onirica e naturale che lo circonda. La nozione di soggetto presuppone, per definizione, la completa padronanza su se stesso e di conseguenza un rapporto di superiorità nei confronti della natura, le cui leggi sono perfettamente deducibili dall’intelletto umano. Ed è qui che si crea il primo, e probabilmente definitivo, clivage fra l’uomo, soggetto consapevole e razionale, e la natura, che esiste solo attraverso l’uomo. Evidentemente, una così repentina e allo stesso tempo efficace rivoluzione copernicana, secondo la definizione di Kant, è stata resa possibile dalla coesistenza di più elementi, che rendono tutti la Modernità uno dei fenomeni storici e sociali più complessi ed eterodossi allo stesso tempo.

In primo luogo, il contesto storico-politico in cui si sviluppa la modernità è caratterizzato dalle guerre di religione e soprattutto dalla Riforma di Lutero, che ha introdotto per la prima volta elementi completamente innovativi nella definizione del rapporto tra l’uomo e Dio: un’autentica individualizzazione dell’essere umano che, non più protetto dall’eteronomia cattolica, può raggiungere la salvezza soltanto in maniera autonoma, grazie al lavoro e al successo mondano che ne deriva. Da qui si sarebbe sviluppata l’analisi weberiana sul rapporto tra l’etica protestante e lo sviluppo del modello di produzione capitalistico. E infatti, il secondo avvenimento che segna l’avvento della Modernità, è la Rivoluzione Industriale, con cui l’uomo finalmente scarta l’idea di sussistenza e di bisogno e concepisce una nuova forma di produzione, fonte di produttività, rendimento, quindi ricchezza e progresso. Si instaura così l’idea che l’essere umano, scoperta la propria essenza autonoma, non possa che progredire e perfezionarsi, ciò che caratterizza di fatto la nozione stessa di profitto, il leit motiv del capitalismo. Tale sentimento è rafforzato dalle varie ed eclatanti scoperte scientifiche realizzate dall’uomo, a partire da quelle di Newton, che riducono la natura a qualcosa che può essere scoperto e sfruttato in tutti i sensi, data la predominanza dell’essere razionale.

Non a caso, come è stato fatto notare , “La ricchezza delle nazioni“, l’opera di Adam Smith considerata la Bibbia dell’economia di scambio, venne pubblicata nel 1776, lo stesso anno in cui Watt produsse il suo primo motore a vapore commerciale: ciò significa che l’economia di mercato e l’economia dei combustibili fossili emersero nello stesso momento. Il che risulterebbe abbastanza comprensibile nel contesto politico-economico dell’epoca, dal momento che una maggiore e più intensa produzione di beni di consumo richiedeva avanguardistiche tecnologie di produzione e di estrazione. Inoltre, il bisogno di nuovi mercati per questi beni di consumo prodotti in maniera massiccia, nonché la necessità impellente di materie prime fornirono un ulteriore input all’impresa coloniale, che  si sarebbe di fatto tradotta in un autentico ed evidente “colonialismo estrattivista”. Tali cambiamenti hanno talmente segnato l’individuo moderno da creare un punto di non ritorno, tanto che l’alternativa, per due secoli, proposta al modello capitalista, il comunismo, e il discorso filosofico del suo mentore non tenevano minimamente in considerazione l’imminenza del problema ambientale e del rapporto dell’uomo con la natura. Il che si evince dal fatto che il regime comunista dell’Unione Sovietica è stato uno dei più estrattivisti della storia. Questo spiega che la questione ambientale è stata quasi sempre assente nel dibattito politico ed economico del secolo breve e nella sua semplificazione dualistica capitalismo-comunismo.

Appare inoltre evidente e allo stesso tempo paradossale come la realtà del cambiamento climatico colpisca in misura maggiore i più poveri, cioè coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura ribelle, come ad esempio le tribù boscimane del Botswana, che vedono minacciato continuamente ciò che è fonte della loro sopravvivenza, o i pescatori dell’isola di Nauru, che tra qualche anno verrà sommersa dal mare e li costringerà ad emigrare nella (non troppo) vicina Australia, tanto da aver indotto il premier della piccola isola a coniare un efficace e quanto mai premonitore neologismo, che descrive un fenomeno cui tutti i paesi dovranno far fronte,  quello delle”migrazioni climatiche”.

Se è vero dunque da un lato che questo fenomeno acuisce le disuguaglianze tra gli abitanti della Terra, dall’altro è altresì vero che i disastri ambientali possono colpire tutti gli individui, al di là del loro status sociale o del modello economico adottato dal loro paese, il che creerebbe un’uguaglianza, seppur più sulla carta ed eccessivamente legata alla sorte, tra tutti gli individui.  Questo ci rimanda dunque alla questione di fondo di questa breve analisi, e cioè alla necessità di mettere in discussione le convinzioni di dominio proprie dell’uomo moderno, tutte quelle costruzioni mentali e dialettiche che hanno di fatto allontanato l’uomo dal contatto con la natura. In questo senso, se una rivoluzione come l’Illuminismo ha partorito concetti prima di allora del tutto sconosciuti e permeato l’intelletto di tutta l’umanità, allora forse appare più che mai pertinente e condivisibile lo slogan ideato da Naomi Klein come unica via d’uscita da questo circolo più vizioso che virtuoso quale la modernità: “una rivoluzione ci salverà”.

 

La lavagna elettorale di Renzi

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Dimmi dove voti e ti dirò come voti. Arrivare a tanto non è possibile ma è scientificamente dimostrato che il luogo in cui le persone votano influenza il modo in cui votano. La lavagna di Renzi, per quanto apparentemente innocua, va considerata come qualcosa in più di uno strumento per comunicare con tutti gli stakeholder della scuola. Andrebbe considerata come una vera e propria lavagna elettorale. Uno strumento, in vista delle prossime elezioni regionali, per convogliare il consenso sul proprio partito oltre che sulla proposta in esame.

Riporta lo psicologo e premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman che “esporre i soggetti a immagini delle aule e degli armadietti della scuola incrementa la loro tendenza a sostenere un’iniziativa scolastica. L’effetto prodotto dalle immagini è maggiore di quello determinato dall’essere genitori di ragazzi in età scolare”. In pratica l’immagine di un armadietto, un banco o una lavagna influenza la persona più della condizione soggettiva di chi…

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Ricordando Peppino: per la legalità, la giustizia, la bellezza

Essere Sinistra

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di Luca SOLDI

Sono passati 37 anni da quel 9 Maggio che vide l’assassinio per mano mafiosa di un giovane cronista, dell’animatore di circoli culturali, di un politico senza compromessi, del fondatore di Radio Aut.
Di un ragazzo, come tanti che in quegli anni, impegnato in prima persona e che credeva nella costruzione di una società migliore.
Quel giovane portava un nome rimasto impresso nella storia del contrasto alle mafie ed alle ingiustizie: Peppino Impastato.
Un ragazzo, di Cinisi che ebbe la colpa di nascere in una realtà ancora più difficile come quella, in quegli anni, siciliana.
In un paesino, proprio a ridosso di Palermo.
In un mondo tutto pervaso dalla mafia e dalle connessioni fra politica ed affari.

Il mondo di oggi, in fondo.

La sua colpa – se così si può definire – fu quella di farsi portabandiera di valori e principi, in una realtà chiusa e ristretta…

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Libertà d’espressione

Avere un blog è il modo più diretto ed incisivo di esercitare la propria libertà di espressione, risultato di lotte centenarie dell’uomo per vedere riconosciuta quella da molti è considerata l’essenza stessa dell’uomo, cioè la libertà. E tuttavia questa libertà oggi non è ancora garantita in molti paesi.

E per questo sosteniamo e vi invitiamo a sottoscrivere la causa di Amnesty International a favore di Raif Badawi, blogger saudita condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustrate, per aver esercitato il suo diritto alla libertà d’espressione, non riconosciuto però nello stato dell’Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita è uno dei paesi con più condanne a morte inflitte a uomini e donne, secondo le statistiche pubblicate dalla stessa Amnesty International. Si pensi al ruolo del tutto marginale delle donne, escluse da qualsiasi forma di emancipazione sociale, oltre che economica e politica. Si ricordi che esse non possono guidare e non possono uscire se non accompagnate da un uomo, di cui vengono considerate “proprietà”.

Risulta decisamente paradossale che questo paese, col suo integerrimo islamismo ortodosso wahabita, è uno dei partner strategici dei sedicenti “democratici” USA, essendo uno stato ricco di risorse petrolifere, nonché un alleato importante e strategico nella penisola arabica, specie in seguito all’avanzamento dell’IS.

E allora non ci resta che sfidare la monarchia saudita e i suoi veti, nonché la crescente indifferenza occidentale, diffondendo la storia di Raif finché non verrà scarcerato e insistendo perché il diritto alla libertà d’espressione venga riconosciuto in tutti quei paesi che magari non sono democratici, ma sono ancora in tempo per diventarlo.

Raif Badawi Banner
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Così volò la democrazia

La democrazia in Italia sta procedendo verso un inesorabile declino. Le opposizioni hanno lasciato l’aula durante l’ultima votazione della nuova legge elettorale. Si è soliti dire “la speranza è l’ultima a morire”, oggi ne celebriamo il funerale.

Da mesi assistiamo inermi ad un muro contro muro in cui il dialogo non è la priorità, ma sfacciataggine e comportamenti autoritari sono all’ordine del giorno. Nel sistema politico italiano a fare vera opposizione sono rimasti in pochi ed è da questi pochi che deve nascere un’alternativa politica concreta, vera e passionale.  Colmare il deficit democratico italiano richiede la collaborazione di tutte le parti in gioco e l’ascolto reciproco deve entrare di diritto nelle priorità di questo governo.

Meglio non può raffigurare l’immagine in copertina il volo delle opposizioni, della democrazia in generale. L’Aventino delle opposizioni non può e non deve essere più tollerato perchè non esiste democrazia senza opposizioni. Un basso livello democratico, tra i più bassi d’Europa, non giustifica atteggiamenti autoritari e prese di posizione degne delle moderne dittature. Passare da una situazione di apparente democrazia ad una di autocrazia è molto più semplice di come possa sembrare (ad esempio l’Ungheria, guidata dal 2010 da Viktor Orban).

Non lasciamo che anche in Italia fare opposizione significhi essere sempre dalla parte del torto, che il pesce più grande mangi sempre il pesce più piccolo, che i più forti abbiano sempre la meglio.