L’UOMO E L’AMBIENTE: STORIA DI UN CONFLITTO MODERNO

Negli ultimi anni viviamo e tocchiamo con mano un problema che va forse al di là,sia per la sua estensione  temporale sia per la sua portata dimensionale, delle questioni di politica internazionale. Quanto meno perché si tratta di mettere in discussione un modello di pensiero e una forma mentis radicati nell’uomo e nella sua declinazione esistenziale moderna. Parliamo del cambiamento climatico, o meglio della crisi del nostro modo di fare economia all’interno dell’ecosistema Terra. Perché?

In primo luogo la Terra è il contenitore dell’esistenza umana, e noi dimentichiamo di esserne semplicemente il contenuto e ci comportiamo come se ne fossimo padroni; in secondo luogo l’economia concepisce al suo interno la nozione medesima di casa/ambiente, il che significa che per economia dobbiamo intendere la capacità dell’uomo di integrarsi all’interno del sistema-Terra, inteso appunto come casa dell’essere umano.

Intendiamo dunque soffermarci su un modello economico e un pensiero filosofico che dubitiamo metta sempre più a repentaglio la base della stessa economia, vale a dire l’ecosistema Terra. Parliamo infatti del momento storico considerato da molti lo splendore della civiltà umana e dell’uomo inteso come essere pensante: l’Illuminismo.

Consapevoli della complessità dell’argomento in questione, la cui definizione è sfuggita allo stesso filosofo Immanuel Kant, vogliamo semplicemente cercare di creare un nesso tra l’attuale e dirompente problema del cambiamento climatico e quel periodo storico che ha partorito nozioni sociali e politiche come quelle di sviluppo, progresso, civiltà, modernità, razionalismo ecc.

Nato nel corso del XVIII secolo, l’Illuminismo conosce il momento di massimo splendore nel corso del XIX secolo, nel periodo di concerto dell’Europa con la sua modernità e i suoi regimi post ancien régime. Si tratta del momento di massima industrializzazione delle principali potenze europee che cercano di inseguire il modello virtuoso e avanguardistico dell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, quel modello così tanto criticato da Charles Dickens per intendersi. Tuttavia come potremmo far risalire le contingenti questioni climatiche odierne a uno dei periodi considerati più virtuosi e pacifici dell’Europa?

Semplicemente mettendo in discussione la nostra considerazione di virtù, di pace, di economia, in breve mettendo da parte l’eurocentrismo; l’uomo-razionale di Cartesio, risultato del suo noto processo del “cogito ergo sum”, in grado di provare empiricamente l’esistenza di Dio, di fatto è in grado di autogovernarsi, di darsi delle leggi e di essere a tutti gli effetti “autonomo”. Tuttavia tutta questa speculazione filosofica è il risultato della rottura della nozione di eteronomia, nelle sue versioni più disparate che vanno dalla filosofia greca di Aristotele e Platone fino all’ancien régime col suo motto “l’état c’est moi”, passando dal feudalesimo. L'”homo europaeus“,forte di questa sua evoluzione, ha finalmente scoperto, in maniera razionale, la strada della virtù e del successo e deve esportare questo suo fruttuoso percorso al di fuori dell’oasi razionale e illuminata che è l’Europa. E scopre quindi la sua missione civilizzatrice, per citare un illuminista del calibro di Condorcet, che si indirizza a tutti quei popoli considerati barbari perché non hanno saputo elevare la ratio ad unica essenza dell’uomo. Da cui, dunque, l’ondata di colonizzazione del continente africano, un eden per le ambizioni progressiste e imperialiste dell’Europa.

Quello che ci interessa notare è il modo in cui l’avvento della modernità ha completamente rinnovato il rapporto dell’uomo con se stesso, in primis, e quindi con la natura, tanto da creare un punto di rottura nella concezione moderna di soggetto che non sarebbe più stato risanato. Con la modernità si parla infatti, finalmente, di soggetto, distaccato cioè dalla realtà onirica e naturale che lo circonda. La nozione di soggetto presuppone, per definizione, la completa padronanza su se stesso e di conseguenza un rapporto di superiorità nei confronti della natura, le cui leggi sono perfettamente deducibili dall’intelletto umano. Ed è qui che si crea il primo, e probabilmente definitivo, clivage fra l’uomo, soggetto consapevole e razionale, e la natura, che esiste solo attraverso l’uomo. Evidentemente, una così repentina e allo stesso tempo efficace rivoluzione copernicana, secondo la definizione di Kant, è stata resa possibile dalla coesistenza di più elementi, che rendono tutti la Modernità uno dei fenomeni storici e sociali più complessi ed eterodossi allo stesso tempo.

In primo luogo, il contesto storico-politico in cui si sviluppa la modernità è caratterizzato dalle guerre di religione e soprattutto dalla Riforma di Lutero, che ha introdotto per la prima volta elementi completamente innovativi nella definizione del rapporto tra l’uomo e Dio: un’autentica individualizzazione dell’essere umano che, non più protetto dall’eteronomia cattolica, può raggiungere la salvezza soltanto in maniera autonoma, grazie al lavoro e al successo mondano che ne deriva. Da qui si sarebbe sviluppata l’analisi weberiana sul rapporto tra l’etica protestante e lo sviluppo del modello di produzione capitalistico. E infatti, il secondo avvenimento che segna l’avvento della Modernità, è la Rivoluzione Industriale, con cui l’uomo finalmente scarta l’idea di sussistenza e di bisogno e concepisce una nuova forma di produzione, fonte di produttività, rendimento, quindi ricchezza e progresso. Si instaura così l’idea che l’essere umano, scoperta la propria essenza autonoma, non possa che progredire e perfezionarsi, ciò che caratterizza di fatto la nozione stessa di profitto, il leit motiv del capitalismo. Tale sentimento è rafforzato dalle varie ed eclatanti scoperte scientifiche realizzate dall’uomo, a partire da quelle di Newton, che riducono la natura a qualcosa che può essere scoperto e sfruttato in tutti i sensi, data la predominanza dell’essere razionale.

Non a caso, come è stato fatto notare , “La ricchezza delle nazioni“, l’opera di Adam Smith considerata la Bibbia dell’economia di scambio, venne pubblicata nel 1776, lo stesso anno in cui Watt produsse il suo primo motore a vapore commerciale: ciò significa che l’economia di mercato e l’economia dei combustibili fossili emersero nello stesso momento. Il che risulterebbe abbastanza comprensibile nel contesto politico-economico dell’epoca, dal momento che una maggiore e più intensa produzione di beni di consumo richiedeva avanguardistiche tecnologie di produzione e di estrazione. Inoltre, il bisogno di nuovi mercati per questi beni di consumo prodotti in maniera massiccia, nonché la necessità impellente di materie prime fornirono un ulteriore input all’impresa coloniale, che  si sarebbe di fatto tradotta in un autentico ed evidente “colonialismo estrattivista”. Tali cambiamenti hanno talmente segnato l’individuo moderno da creare un punto di non ritorno, tanto che l’alternativa, per due secoli, proposta al modello capitalista, il comunismo, e il discorso filosofico del suo mentore non tenevano minimamente in considerazione l’imminenza del problema ambientale e del rapporto dell’uomo con la natura. Il che si evince dal fatto che il regime comunista dell’Unione Sovietica è stato uno dei più estrattivisti della storia. Questo spiega che la questione ambientale è stata quasi sempre assente nel dibattito politico ed economico del secolo breve e nella sua semplificazione dualistica capitalismo-comunismo.

Appare inoltre evidente e allo stesso tempo paradossale come la realtà del cambiamento climatico colpisca in misura maggiore i più poveri, cioè coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura ribelle, come ad esempio le tribù boscimane del Botswana, che vedono minacciato continuamente ciò che è fonte della loro sopravvivenza, o i pescatori dell’isola di Nauru, che tra qualche anno verrà sommersa dal mare e li costringerà ad emigrare nella (non troppo) vicina Australia, tanto da aver indotto il premier della piccola isola a coniare un efficace e quanto mai premonitore neologismo, che descrive un fenomeno cui tutti i paesi dovranno far fronte,  quello delle”migrazioni climatiche”.

Se è vero dunque da un lato che questo fenomeno acuisce le disuguaglianze tra gli abitanti della Terra, dall’altro è altresì vero che i disastri ambientali possono colpire tutti gli individui, al di là del loro status sociale o del modello economico adottato dal loro paese, il che creerebbe un’uguaglianza, seppur più sulla carta ed eccessivamente legata alla sorte, tra tutti gli individui.  Questo ci rimanda dunque alla questione di fondo di questa breve analisi, e cioè alla necessità di mettere in discussione le convinzioni di dominio proprie dell’uomo moderno, tutte quelle costruzioni mentali e dialettiche che hanno di fatto allontanato l’uomo dal contatto con la natura. In questo senso, se una rivoluzione come l’Illuminismo ha partorito concetti prima di allora del tutto sconosciuti e permeato l’intelletto di tutta l’umanità, allora forse appare più che mai pertinente e condivisibile lo slogan ideato da Naomi Klein come unica via d’uscita da questo circolo più vizioso che virtuoso quale la modernità: “una rivoluzione ci salverà”.

 

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